PAGINE DEDICATE ALL'AMORE GRECO.
Visitatore sii ben venuto.
Ascolta un'ammonizione e leggi una dichiarazione.
AMMONIZIONE. Qualora Tu sia d'età minore, qualora ai Tuoi Numi esecrabile ovvero al Tuo Genio aborrendo sia l'amore Greco; che Tu non proceda oltre, anzi, che altrove, senza indugio, disceda, Ti prego.
DICHIARAZIONE.
Quali che siano i verbi e le locuzioni che la licenza del verso mi conceda, in nessun caso, in nessun modo, a maschi impuberi o minori d'età, s'intendano riferiti gli affetti d'amore.
ANAKREON.
Chi sia stato Anakreon, Visitatore, forse vuoi sapere.
Teo, città degli Ioni d’Asia, ne fu la patria, ove fiorì, ora sono più che duemila e cinquecent’anni. Profugo per l’invasione dei Persi, visse ospite di quei principi, che, munifici, accoglievano i sacerdoti delle Muse.
La fama ancora, per l'oscurità dei secoli, illustra il nome di colui, il quale cantò i bei giovani e la letizia dei convivii, quando Dioniso riempie i calici del suo purpureo nettare ed infiamma i petti a concupire il fiore della gioventù; non gli atomi nudi e freddi che corrono per lo spazio infinito, ma il calore d'un corpo vivente, d'un efebo che la primavera della vita adorna di beltà e di virtù, per la voluttà dei nostri sensi e per il godimento del nostro cuore.
Lungi fossero le negre Chere, che accompagnano l’armi e gli ardori bellicosi:
per la lira d’Anakreon, diletti e voluttà e godimenti.
Ma cantò anche o, meglio, pianse, l'insorgente vecchiaia, che gli corrompeva il corpo e lo spingeva prossimo ad Acheronte; allora spregiato dai giovinetti amati, quando il desiderio d'amore si faceva più intenso, ma troppo spesso insaziato.
Ad un giovinetto troppo lontano, Ottobre 2004.
Crudel, perché frequenti,
in queste notti solitarie, inquiete,
i sogni miei di desiderio ardenti ?
Crudel, perché tormenti,
con soave rimirar d'impervie mete,
i sensi miei pudibondi e silenti ?.
S'infiammano le vene,
se mi costringe il Dio nella sua rete,
e grato angor mi dona e miti pene.
Ma lunga via mi tiene,
ch'io non estingua in Te l'amabil sete,
che troppo a vecchio core non conviene.
Delizioso fonte, in fra selve orrenti,
s'io placassi, nel chiaro Tuo liquore,
gl'impeti dell'amore !.
A Davide, giovinetto Orobico, circa l’essere maschio, Giugno 2004.
Rispondo a Davide, il quale sente, in sé, un animo femminile, coperto da un corpo maschile ed afferma che anch’io, perché inclino all’amore degli efebi, ho un animo di femmina in un corpo di maschio.
<< Quanto all'essere maschio, la questione è assai ampia e mi pare che il conflitto delle nostre opinioni, circa la natura maschile e femminile, sia la causa della Tua ira e della mia delusione.
Veramente, ripetendo colla mente, quello che è accaduto tra noi, in questi giorni, propendo nel credere che alcuna mia sentenza, circa l'animo femminile e maschile, Ti sia sommamente dispiaciuta.
Irritato, mi provocasti, torcendo il mio nome al femminile, e, dopo il mio stupore e la mia protesta che pregiare la beltà e la gioventù maschile non fosse solo delle donne, mi rispondesti affermando la mia femminilità e la mia immondizia.
Vorrei, innanzi tutto, Ti sia chiaro che reputo che l'ostentazione di virilità, tanto più quando si rivesta di ridicole dimostrazione d'immani misure del pube o di taurini turgori di muscoli e di nervi, così distorca, in delirio, la coscienza delle proprie virtù maschili, come l'orrore per il corpo corrompa, in demenza, la coscienza della propria natura mortale.
Il maschio non è una macchina ottusa, rude, violenta ed omicida, ignara delle Grazie e delle Muse.
Achille, che pure fu esempio degl'impeti furibondi d'un'ira sfrenata, seppe sedersi nella sua tenda per sonare la lira, seppe commuoversi, memore del suo vecchio padre, dinanzi alla fragile vecchiezza di Priamo, seppe piangere calde lacrime per l'amico carissimo ucciso.
L’opinione che un maschio, il quale sia gentile d'animo, mediti la filosofia, senta la poesia, ascolti la musica, pregi le cose belle, non sia pienamente maschio né veramente, ma abbia in sé qualche cosa di femmineo, è tanto ridicola quanto falsa.
L’urbanità, la carità, la pietà, la religione, le arti belle, la poesia, la musica, la filosofia furono esercitate e definite, per lo più, dai maschi per i maschi.
Se è vero che le donne non poterono esprimere le proprie facoltà nelle arti, nelle scienze, nelle virtù civili, perché, in quasi tutti i tempi ed i luoghi furono soggette all’imperio maschile e destinate alla custodia della casa ed al nutrimento della prole; se è vero, di contro, che quelle donne che poterono dedicarsi alla poesia ed alle arti, non furono da meno dei maschi, come attesta, tra tutte, Saffo; è altrettanto vero che elle, quando poterono dedicarsi al culto delle Muse e di Apollo, non furono migliori, che i colleghi maschi e, quindi, non v'ha alcuna causa per cui possiamo dire che l'ingegno femminile sia più adatto alle arti belle, alla poesia, alle virtù civili, alla sapienza, che quello maschile.
D’altra parte, quando le donne si diedero alla perfidia, all’omicidio, alla strage, non mi pare siano state meno crudeli e più miti che noi maschi.
Anzi.
Da che si deduce, dunque, che un eccelso poeta debba essere effeminato, che un delicato pittore abbia in sé qualche cosa di femminile, che un uomo pietoso verso i genitori, religioso verso gli Dei, nasconda la libidine di mutar sesso ?.
Se odiassi le femmine, accuserei:
menzogne diffuse dalle donne per invidia.
A me paiono, piuttosto, giudizii partoriti dall'ignoranza rude di uomini che disprezzano la bellezza, la poesia, le arti liberali, la filosofia, pronti a vivere come bruti ed a porre il proprio animo incolto come esempio di virtù maschili, irridendo, quasi fossero partecipi dell’ingegno femmineo, coloro, i quali, al contrario, riservino ai diletti della mente ed ai godimenti dell'animo, uno spazio, sia pur angusto, della propria vita mortale.
Intendi bene ch'io non affermo che i maschi siano superiori alle femmine né che siano inferiori.
Certamente diversi nel corpo, per i diversi ufficii che la natura assegna agli uni ed alle altre, nell'ambito della generazione.
Forse diversi anche nell'animo, il quale non può vivere separatamente dalle membra, quasi che queste non abbiano un proprio peso e non lo costringano, tal volta, entro certi confini.
E’ difficile dire se veramente l’ingegno femminile sia diverso da quello maschile o se siano indistinti ed uno solo sia l’ingegno umano.
E, quand’anche siano ingegni diversi, è ancora più difficile intendere se essa diversità sia ingenerata dalla natura o solamente acquisita in virtù d’una consuetudine inveterata, per cento mila secoli, nell’animo degli uni e delle altre.
Ma, d’altro canto, se considero che l’animo ed il corpo sono strettamente connessi e che, anzi, distinguere l’uno dall’altro è più un esercizio d’indagine della ragione, che un’esperienza quotidiana dei mortali; propendo nel reputare che le diversità di corpo, tra i due sessi, non possano non avere gravi effetti anche sull’animo, se non per altro, per l’ufficio di generatrici e di nutrici della prole, che la natura assegna alle donne.
In somma, reputo che una femmina non sia un semplice maschio, con qualche membro in meno e qualche curva in più, ma che sia un uomo, nel senso di parte del genere umano, con intelletto, ragione, animo, affetti, appetiti assai diversi che quelli maschili; non inferiori né superiori, ma diversi.
Entro il medesimo genere dell’animo umano, stanno due specie ben diverse, quella dell’animo maschile e quella dell’animo femminile, così come entro il medesimo genere del corpo umano, si distingue la specie del corpo femminile da quella del corpo maschile.
D’altronde, se così non fosse, se l’animo fosse perfettamente eguale in tutti gli uomini, maschi e femmine, non sarebbe possibile quello che veramente accade, che, cioè, alcuni uomini, avendo, in corpo maschile, un animo femmineo, vogliono correggere anche le proprie membra facendosi pienamente donne.
Sarebbe possibile ciò, se l’animo umano non fosse distinto per specie, secondo i due sessi ?.
Veniamo alla Tua dichiarazione d’ essere un giovinetto femminile.
Chi Tu sia, che cosa senta e che specie di animo abbia, nessuno meglio che Tu stesso può saperlo.
Se Tu Ti sentissi, per una delle singolari crudeltà della natura, un animo femminile, pur avendo un corpo maschile; se volessi, che il Tuo corpo seguisse i moti del Tuo animo; se tentassi adeguare le membra agli affetti che hai dentro, recidendo ed aggiungendo, coll’aiuto della medicina; se veramente fossi tale, avrei misericordia della Tua infelicità e non potrei sperare altro che Tu potessi compiere i voti del Tuo cuore, lacerando e rigettando una veste che Ti costringe e Ti tormenta, come la tunica di Nesso, ed ornandoTi del manto che gli artificii dei medici Ti offrono, quali supplenti della natura, tal volta matrigna .
Ma ho qualche dubbio, se permetti, che Tu sia tale; che Tu sia effeminato.
Non uso effeminato in senso spregiante, ma come vocabolo che descrive colui che ha un animo femminile in corpo maschile e ne soffre, quasi fosse in un carcere, e, tentando trasformarlo, ne vorrebbe fuggire.
Il Tuo volto, quale primamente m’apparve, di beltà pudica, ma sicuramente maschile, le Tue membra, per quel che potei ammirare, non rivelarono nulla degli esasperati artificii, che gli effeminati pazientemente soffrono, affinché possano estrarre la sua vera natura, occultata da apparenze maschili.
Certamente un’immagine può trarre in errore.
Ma non è solo questo.
Coloro che si sentono intimamente femmine, scrivendo e dicendo, si declinano sempre ed ostentatamente al femminile.
Cosa che Tu non hai mai fatta, neppure quando appellasti me con nome femminile.
Di che consta, dunque il Tuo essere femmina ?; il Tuo sentirti donna ?.
Di che ?.
Non è, forse, il Tuo stesso, il Vostro stesso concetto di maschio e femmina una corazza rigida, che Vi costringe in forme costruite da altri, alle quali, miseri, V’adattate, mentre V’illudete liberarVi ?.
E mentre V’illudete volare liberi, per un cielo tinto di colori femminei, non avvertite essere incarcerati nelle medesime orrende latebre, dalle quali vorreste fuggire ?.
Chi dice, dov’è scritto che un uomo adulto, d’animo e di corpo maschile, non possa apprezzare ed amare, desiderandone non solo il cuore, ma anche i sensi e le membra, un giovinetto per quello che è, maschio, pienamente e sicuramente e deliziosamente, maschio d’animo e di corpo ?.
Chi lo dice, dov’è scritto ?.
Tu lo dici ?; Voi lo dite ?, quelli, che spregiano l’amor Greco, lo dicono?.
Be’, ditelo pure, scrivetelo pure, pasceteVi pure delle Vostre opinioni dementi, coprendo con miserabili panni, cose che neppur conoscete o, se le conoscete, sono troppo infeste alla Vostra verecondia servile.
Non verecondia, leggi bene, verecondia servile, servitù vestita di libertà, ossequio occultato dalla sedizione.
Ma di quale liberazione, di quale eversione andate blaterando ?.
Siete in un carcere, dove un maschio può amare solo una femmina, dove un uomo può gustare i frutti d’Afrodite solo se il corpo, per cui sospira, ha seni che esprimano latte per la prole, ha un pube che possa essere fertile al seme.
V’hanno concesso, con insidia sottile, mutare il titolo del sito, in cui siete incatenati, e Vi pare essere liberi, nelle Isole dei Beati.
E Ve ne gloriate anche.
Tanto di lodi a Te ed ai Tuoi colleghi del fronte (Fhar Front Homosexuel d’Action Révolutionnair).
E’ difficile rinvenire alcuno che sia accecato e sia lieto della cecità e si proclami, ora sì, veramente perspicace.
Un tempo i ciechi erano stimati intendere più acutamente coll’animo, perché non vedevano cogli occhi.
Ma non ho mai udito che un cieco veda, senza l’acume degli occhi, meglio che se l’avesse.
Che siate veramente miracoli della natura ?.
Tu rivendichi avere un animo femminile ?.
Io rivendico il mio animo ed i miei affetti ed i miei appetiti ed il mio corpo ed i miei nervi ed i miei muscoli, tutti maschili, e rivendico poter amare un maschio, nel fiore della sua età giovanile, maschio d’animo, d’affetti, d’appetiti, di corpo, di nervi, di muscoli, senza commistioni femminee, per cui non ho orrore, ben inteso, ma che non m’accendono il cuore, non m’infiammano le vene.
Rivendico poter amare un giovinetto, con l’animo e col corpo; rivendico poter delibare con lui il nettare soave d’Afrodite; rivendico poter essere trafitto dalla saetta del Dio alato, finché la giovinezza di lui trascorra nell’età matura; rivendico poter godere dell’animo imprudente ed acerbo, ma ardente ed indomito; rivendico poter esprimere voluttà deliziose dalle membra non ancora virili, ma sicuramente maschie; rivendico poter fare ciò, maschio con maschio, senza il risibile velo di un ingegno femminile, instillato in me o in lui.
Ed io sarei colui ch’è avvinto ai concetti inveterati ?.
Caro mio, è questa la liberazione dai concetti inveterati; è questa la rovina delle mura della città dell’amore concesso solo tra maschio e femmina; è questa l’eversione della morale vigente, vigente in quasi tutti i tempi ed i luoghi, fuorché, per pochi secoli, presso un piccolo e litigioso, ma nobilissimo popolo:
che un maschio adulto ami un giovane maschio, perché giovane e maschio e per null’altro.
Dove sarebbe la Vostra liberazione, dove l’eversione, dove la rovina delle opinioni consuete ?.
Che un maschio ami un animo femminile, sia pure coperto di membra maschili ?.
E’ giusto che interessi soprattutto l’animo, tanto più oggi, quando il corpo può essere corretto, dai chirurghi, secondo i nostri gusti.
Chi Ti risponderebbe che non sia giusto ?.
Neppure Dante, che punisce i Sodomiti, come erano nominati allora, avrebbe da ridire, neppure il sommo pontefice, neppure un fanatico puritano.
Certo il corpo maschile sarebbe un impedimento, ma, dinanzi ad una natura matrigna, chi non concederebbe misericordia ?.
E poi, amputa qui, riempi lì:
la femmina è perfetta, dentro e fuori.
Ma prova a pensare che direbbe Dante, il sommo pontefice, il fanatico puritano, se io gli confessassi che mi piace un maschio, perché è maschio e non perché, in sostanza, è una femmina mal composta.
Forse aborrirebbe, ed a ragione, secondo la sua dottrina, dal pensiero di sì mal protesi nervi.
Per Voi il tutto si riduce ad imitare l’amore tra maschio e femmina, dicendo femmina uno dei due maschi, assegnandogli gesti e voci e vesti femminili, stringendo ambedue col vincolo del matrimonio, concedendo loro adottare quei figli che la natura nega loro.
Santi Numi !.
Se penso che ad alcuni apparite eversori.
Questa è l’eversione che conserva, la liberazione che avvince, l’espugnazione che s’astiene.
Ti prego, quindi, se vuoi sentirTi femmina fai pure, se vuoi obbedire a fronti ed a cervici altrui, vedi Tu, ma non venirmi a fare assurde disquisizioni circa la Vostra libertà di essere diversi.
Meglio obbedire, dissimulando, alla morale avita; meglio esercitare pietà verso i genitori, i quali sarebbero affranti, al limite estremo della vita, conoscendo queste inclinazioni; meglio simulare blande attenzione verso le donne; sapendo che il petto nasconde sensi abominevoli per molti; piuttosto che, svelti i veri affetti dal proprio cuore, farcirlo di sensi inebetiti e peregrini, a fatica impressi da una ragione ottusa e falsamente temeraria.
Ti ricordo quale m’apparisti e quale Ti sognai, bello e giovane e maschio, d’animo e di corpo, pronto a concedermi il godimento del Tuo animo pudico, ma fiero e la voluttà delle Tue membra, piene di vigore primaverile.
Se sei altro, mi dispiace per me, non certo per Te, pur che Tu piaccia a Te stesso. >>
A Zefiro, Maggio 2004.
Non più sospiri,
lieve Zefiro in cielo ?;
non più turbar desiri
l'ombroso velo,
in che 'l mio mesto cor involvo e celo ?.
Che val d'amore
patir l'ardente spina,
se all'ossequio d'onore
l'ingegno inclina ?;
se m'agghiaccia i sensi virtuosa brina ?.
E mentre indugio,
in tra 'l novo e l'antico,
perscrutando un rifugio
in ogni amico,
fugge il tempo a gioventù inimico.
Già m'odo il remo,
di quel nocchiero inferno
e inorridisco e temo,
ché ormai discerno,
quanto un giovine aborra il nudo inverno.
Fors'è vendetta di femmineo Nume,
che, spregiato, m'invidia
gustar d'un efebo le caste piume ?.
Al Dio Amore, Febbraio 2004.
Crudele Amore, che in affetti ardenti,
l'animo lasso dall'età provetta,
per giovine beltà prostri e tormenti,
quando in van sospiro quel che m'alletta
soavissimo nel core;
perché non estingui, o infesto Divo,
anzi ch'io calchi le canute soglie,
dell'amor Greco il purissimo rivo,
che ancor feconda mie fallaci voglie
di giovenil tepore ?.
Requie concedi al palpitar focoso
delle mie vene, al fremere del dire,
ch'audace loda il manto delizioso
d'un verecondo fiore.
Al fin, pace mi dona, immite Nume:
troppo grave è l'amoroso patire,
troppo desiro di tenere piume
il trepido fulgore.
Dedicata a Jean, giovinetto Picente, Agosto 2003.
Sogno soave di gioventù e di grazia,
pur di Te mai non si sazia
quest'anima, gustando quel dolzore,
che profonde, in sen, d'amore
l'ardente rivo.
Sogno fulgente in purissima luce,
di mia speme alato duce,
per gli astri Teco volare mi fingo,
mentre in cor forte Ti stringo,
mio solo Divo.
Sogno audace di tenero amplesso,
di Te, qui, tenue riflesso,
ché mi nutri d'insaziabil desio,
perturbando il sonno mio,
se mai T'arrivo ?.
Sogno lieve di perpetua aurora,
non dissolvermiTi ancora,
ché in Te sol vivo.
Ritrattazione omerica, dedicata a Jean, giovinetto Picente, Agosto 2003.
Carissimo usignuolo,
forse non sai che il luogo, in fine del libro primo dell'Odissea, il
quale mi dicesti molto averTi turbato, fu, in età volgare, dai censori
turpemente mutilato, quando l'amore per i giovinetti suscitava ormai
orrore nell'animo dei lettori.
In vero, un indizio della lezione antica puoi intravedere nel penultimo
verso (443), là dove il Poeta dice Telemaco coperto di un vello di
pecora, grecamente:
KEKALUMMENOS
(coperto) OIOS (di pecora)
AWTWI (da un vello)".
KEKALUMMENOS
sostituisce l'obliterato PEFILHMENOS
(amato), OIOS sostituisce ANDROS
(d'un uomo).
Restituisco i vocaboli obliterati, così che Tu possa leggere
l'emistichio antico:
"amato dalla virtù d'un uomo";
vorrei dire "dalla virtù d'un viro", se viro non fosse assai desueto.
Senza dubbio "viro" renderebbe meglio il vocabolo greco
ANHR, il quale si distingue da ANQRWPOS
come il latino
"vir" da "homo".
AWTOS è il fiore di qualche cosa, la parte migliore, eletta, eccellente, il vigore, la virtù; leggendo, quindi, "della pecora", s'intenderà "coperto di vello di pecora"; leggendo "dell'uomo",
s'intenderà "amato dalla virtù d'un uomo".
Ti traduco gli altri versi, che furono abrasi dai censori, ma che, ai
miei tempi, ancora si leggevano, sperando che la Tua pudicizia non sia
offesa da tanta omerica audacia.
<< Euriclea, coll'argenteo anello, trasse la porta seco e, colla
correggia il chiavistello distese.
Giacque Telemaco, avvinto dal sonno, ed Atena gl'inviò splendidi sogni:
sognò il padre redire alla cara patria, vigoroso ed audace e, coll'aiuto
del braccio valente del figlio, gettare nell'Ade funesto, rapiti dal
negro Fato di morte, i pretendenti protervi.
Mentre che, di questa speme, a Telemaco empiva il cuore la Dea d'occhi
cerulei; Mentore giunse alla porta del talamo, il nobile amico d'Odisseo:
desiderio acerrimo lo pungeva.
Levò il chiavistello ed aprì lentamente la porta; la face, che teneva
in mano, trafisse, con un raggio di luce tremola, le tenebre della
stanza ove Telemaco dormiva.
Avido l'uomo mirò lo splendido giovinetto, il quale, sulle coltri di
lana disteso, fremeva a causa dei sogni.
Nudo il corpo fioriva di maschia beltade; ancor tenera la barba ne
ornava il volto e le chiome crespe rifulgevano del color delle viole.
Avido l'uomo contemplò l'ampio petto anelante, i ben torniti omeri, i
vigorosi lacerti, il muscoloso addome, le lunghe gambe:
in tutte le membra la figlia temibile del Cronide aveva infuso il soave
decoro della gioventude.
Avido l'uomo scrutò, con occhi audaci, i formosi lombi e, coronato di
delicata lanugine, il grazioso pube:
a lui s'infiammarono le vene di crudele libidine e gli tremarono le care
mani, mentre che temerario concupiva cogliere i dolcissimi frutti
d'amore, giacendo accanto al divino giovinetto.
Già pregustava i baci, le carezze, gli amplessi; già godeva in cuore,
prelibando il nettare dei doni d'Afrodite.
Soggiacque, in fine, all'impeto della cupidine e saziò il caro desiderio
di gioventù e vigore.
Accolse ambedue l'ampio letto né Telemaco, nel sonno profondo, occupata
la mente dai sogni, s'accorse di Mentore.
Lì egli, per tutta la notte, amato dalla virtù dell'uomo, meditava in
seno la via, che Atena gli aveva indicata. >>.
Oh, come vorrei essere, qual Mentore, accanto al mio dolcissimo usignuolo !.
Ad Erico Fiorentino, dell'oblio degli amanti dagli amati, Maggio 2003.
Siamo d'ombre inani, di vago fumo
e di beltà si dissolve il profumo,
e di virtude svanisce la fama:
oscuri, nell'Ade, Morte ne chiama,
ché memoria lieve, nel petto amato,
non concede agli amanti 'l diro Fato.
Pur, fia dolcissimo, a nobil cuore,
gustar de' giovinetti 'l greco amore.
Dedicata a Delfino, giovinetto Tirreno, breve sogno d’un vecchio, Marzo 2003.
Ora trascorri sul fiore dell’onde,
o fuggente bellissimo Delfino,
ora T’immergi nell’acque profonde,
violando impavido il seno marino,
in fino a’ suoi tesori;
ora scintilli nel raggio fulgente
del Sole, ora t’avvolge la Luna
di tenue candore; sempre ridente,
in Te la grazia e la beltà s’aduna,
quali gemini onori.
Godi, stillante di salso liquore,
offendere lieve il canuto flutto,
alto sollevi di spume l’umore,
ratto volando per il ponto tutto,
lieto di nuovi ardori.
Del mar, che audace Ti carezza e bacia,
oh quanto invidio alla felice sorte,
ond’ei mirarTi puote dalla Tracia,
in fin che nuoti alle Tirrene porte,
tra cerulei splendori.
Corri sul pelago cantando il canto,
che un Dio donò alle Tue forme pure;
a Te concorre il mio pensier d’accanto
e getta al vento sue moleste cure,
lodando i Tuoi decori.
Quando nell’etra lucida e serena,
saltando inarchi le Tue membra alate,
di gioventù vibranti in ogni vena,
amabil voce nasce in petto al vate
e porge soavi allori:
voce di tenero desio e di speme,
che ancor feconda di poetar mi preme,
a pinger Tuoi colori.
Dedicata a Jean990, giovinetto Picente, Febbraio 2003.
Amore ancor m'avvinto e stretto tiene, sì che, mirando il mio tesoro intento, altr'io non veda né m'ascolti accento, mentre che 'l Dio m'infuria per le vene ed acre e dolce e sevo in me lo sento, che temerario osa.
Mordemi 'l desio, bel giovinetto, del soave cor che Ti palpita in seno; tutto m'infiammi e al foco non ho freno ché già sperare me l'accende in petto, dei casti sensi Tuoi godere appieno; né mai speme si posa.
Verecondo e lieve e candido fiore, baciar vorria de' Tuoi petali il manto, s'io non temessi non violar l'incanto, che in Te l'ardente gioventù e 'l pudore amabilmente sposa.
Pur s'entro mi pungi con spina vera, quando il pensier di Te sognando spazia, virtude in me rinnova la Tua grazia, si profuma di Te questa mia sera, o purissima rosa.
Priapea a Selim III Re de' Turchi, Dicembre 2002.
Fregava un Trace l'asta molle in vano, ché nulla in ogni membro avea di nervo. A me protende al fin l'inetta mano: "Divo Prïapo, servo" balbo mi prega "umile Ti sono, ch'io possa al men goder di mia virtude, ché maschio mai di sé non mi fa dono, se non sia vecchio, rude, osceno, cano, di turpe suono."
"Son Nume salace, non getto al vento tanta libidine." gli dico presto. "D'amabil volto, di melato accento, pien di vigore onesto, casto giovinetto pronto t'accede." Con fallaci specchi, il furace alletto pollo di Zeus, a che, dall'alta sede, rigetti, al turco letto, d'intonso mento il Ganimede.
In quel chi viene ? di Teo l'usignuolo, Anacreonte, il Greco illustre vate e s'accende tosto: "Che miro in volo ? che mai di forme alate ? splendida gioventù che il Sole arretra, de l'amore Olimpio desiato foco !" Che più ? in una, pulsare la cetra, cantar soave per poco e 'l pollo solo restar per l'etra.
Altro che Orfeo canoro e le sue selve, l'arte d'Anacreonte, scuote le menti, turba un giovin petto, muove le belve ad amorosi intenti. Crepi il Bistone infesto, co' nervi lenti: io non li desto.
Trionfi l'Ellade pura e 'l suo cantore, coronato di vïole e di rose. A lui concorrano, vinte d'amore, maschie beltà radiose non ancora dall'evo fatte spinose. Quindi mi levo.
Agli amici della stanza di chiacchiere, Dicembre 2002. Ad ognuno degli amici che meco, garrendo in questo loco, ora in modo grave, più spesso lene, lodan l’amore Greco, che dianzi a giovine virtute un foco n’accende per le vene; fausta concedi, Cronide T’invoco, questa solenne festa, quando del Sole oriente il dì natale, dopo la bruma, un poco dello splendente lume al mondo appresta. Quel che a ciascuno cale, Padre, si compia e fa che sempre desta, nel desïato cuore di casto giovinetto, tenda l’ale la grazia dell’amore.
Dedicata ad Hermes, giovinetto Partenopeo, Ottobre 2002.
SPEME
Diva Parthenope, felice, e quanto !, Tu che nutri d’amabil gioventude il puro fiore d’Hermes: fa' che crude non Gli sian le preci d’un core affranto !.
Impetra, Ninfa, ch’Ei fiero non spregi, della provetta età d’antico amante, l’ardore, il desiare, le pene sante, amaro e dolce frutto de’ Suoi pregi.
Aulente giglio d’Hermes, stammi accanto, sì ch'io rimiri di Tua grazia i fregi, all'onesta virtù splendido manto.
Dedicata ad Hermes, giovinetto Partenopeo, Settembre 2002.
DESIO
O giovine formoso, Tue membra sognar, fiorenti d'audaci palpiti, ancor m'è crudo, ché sempre impervio sei pel mio desio, remoto alla mia speme, e pur mirarTi è dolce a cor gentile.
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